Articolo dedicato a Pozzuoli ed i vari monumenti e luoghi archeologici e storici da visitare, quali: il Tempio di Serapide, le Terme di Nettuno e l’Anfiteatro Flavio.
Pozzuoli è il principale centro dei Campi Flegrei. Laghi, mari, golfi, baie, insenature, punte, promontori, isole, scogli, colline, pinete, solfatare e terme rendono questa terra tormentata e affascinante unica al mondo.
La storia millenaria, congiuntamente alle caratteristiche geografiche e geologiche, rende Pozzuoli meta turistica archeologica, artistica e paesaggistica, e salutistica grazie alle sorgenti termali della Solfatara.
Il Tempio di Serapide
Il tempio di Serapide (anche detto Macellum) si trova a Pozzuoli nel centro della città: costeggia il litorale ed è nei pressi della stazione Cumana.
E’ la testimonianza storica del fenomeno del bradisismo, che da sempre interessano l’area flegrea; infatti, Ancora oggi sono visibili le erosioni dovute agli abbassamenti e innalzamenti del suolo circostante per mezzo dei litofagi, (molluschi, conchiglie oblunghe capaci di perforare la roccia calcarea) chiaramente visibili sulle colonne e indicanti le progressive modifiche apportate nei secoli dalle variazioni del livello delle acque.
Il tempio di Serapide è stato un importante centro termale dell’antichità (come testimoniano alcuni reperti storici), tanto che la denominazione di tempio in senso proprio può considerarsi inesatta; ma la connotazione “tempio” è dovuta al ritrovamento in alcuni scavi, nel 1750, di una statua del dio egiziano Serapis.
Si tratta di un’area rettangolare (75 metri di lunghezza per 58 di larghezza). Si ritiene appartenente all’età Flavia; i segni di successivi interventi di restauro testimoniano la longevità e la continuità d’utilizzo del centro in epoca romana.
Di particolare valore artistico sono, inoltre, i materiali utilizzati per l’interno del tempio (di eccezionale bellezza i marmi e i mosaici). L’abside è a semicupola; la statua di Serapis (divinità protettrici del commercio) è collocata al di sotto di esso.
Le tabernae si sviluppano intorno ad un ampio porticato, al cui centro si eleva una tholos, chiuso da un’esedra (portico in luogo aperto) preceduta da quattro colossali colonne, delle quali tre sono ancora in piedi. Le vaste tracce del pavimento marmoreo, e il rivestimento dei servizi igienici sono la testimonianza di un’incomparabile ricchezza architettonica del monumento.
Terme di Nettuno
Le Terme di Nettuno rappresentano il principale centro termale dell’antica Puteoli. La sua costruzione è fatta risalire al II sec. D.C. (Adriano),
Gli interventi di restauro nei periodi successivi sono testimoniati dalle visibili modifiche dell’impianto e dai reperti storici (documenti dell’epoca romana, nei quali è descritta l’attività correlata alle Terme fino al IV d.C.).
A causa dei fenomeni bradisismici, oggi, i resti dell’impianto sono quasi completamente interrati. All’interno è Il frigidarium con i resti degli ambienti originariamente disposti sui due lati dell’abside (alcuni reperti testimoniano l presenza di mosaici decorativi).
Le strutture edilizie moderne e il progressivo innalzamento del territorio non hanno cancellato i resti della vasta area entro la quale sorgevano le terme (come testimonia anche il notevole dislivello tra le estremità dell’impianto).
Anfiteatro Flavio
L’anfiteatro Flavio ci ricorda il Colosseo, al quale è accomunato per la sua edificazione per opera degli stessi architetti e per i materiali utilizzati.
La semplicità e il funzionamento della struttura, unita agli elementi decorativi e ai reperti (in taluni casi ben conservati anche grazie alle piogge di ceneri delle eruzioni vulcaniche) testimoniano la capacità nell’organizzazione degli spettacoli e l’abilità nella realizzazione di scenografie sensazionali per l’epoca (l’ampia fossa al centro dell’arena era il “cantiere” per le realizzazioni delle scenografie), restituendo una certa vena creativa e fantasiosa ai puteolani dell’epoca.
Le misure constano di metri 147 x 117,44 (arena: 72,22 x 42,33) mentre il numero di spettatori era di circa 20.000.
Le caratteristiche della struttura mostrano la perizia della civiltà romana in materia di costruzioni. L’anfiteatro Flavio fu progettato con ben 16 ingressi (4 principali) garantendo, quindi, una accessibilità comoda ed efficiente. Gli spettatori avevano a disposizione tre piani (precinzioni) per lo spettacolo, le prime 2 direttamente collegate agli ingressi, la terza raggiungibili tramite le molteplici rampe di scale costruite ai lati dell’impianto. Le comunicazioni fra le varie sezioni erano inoltre garantite, oltre che dalle rampe, da corridoi interni. La terza precisione culminava in una fila di colonne di marmo decorate che circondava l’intera opera. Pregiate decorazioni e opere scultoree erano, altresì, presenti in altri punti dell’anfiteatro.
L’arena era divisa in quattro settori, tutti collegati e comunicanti. Ben conservati i sotterranei, dove è stato possibile studiare il complesso sistema di sollevamento delle gabbie con le belve.
Nel 305, sotto la persecuzione di Diocleziano, furono esposti nell’arena sette martiri cristiani: i beneventani Gennaro, Festo e Desiderio, il misenate Sosso, e i puteolani Procolo, Eutiche e Acuzio, poi decapitati nei pressi della solfatara.
Curiosità
Tra i vari aneddoti legati a Pozzuoli, è quello che racconta la morte di Gennaro martire, che poi sarebbe diventato il santo patrono della città di Napoli. La leggenda o il mistero vuole che ogni anno nel giorno del miracolo di San Gennaro, il 19 settembre, il luogo, dove avvenne, la decapitazione a Pozzuoli testimoni la veridicità del fatto con l’apparizione del sangue, contemporaneamente alla liquefazione nell’ampolla custodita nel Duomo di Napoli. E la comunicazione ai credenti avviene in contemporanea. Sulla pietra porosa a Pozzuoli, sono rimaste solo poche macchie del sangue di San Gennaro, nere durante tutto l’anno; ma nei giorni che precedono l’anniversario della sua decapitazione, assumono ogni giorno di più un colore rosso rubino. Una persona non credente o molto razionale non riesce a vedere quello che significa il miracolo del sangue. E’ qualcosa d’impalpabile, straordinario. Il fenomeno del sangue di San Gennaro continua a non avere una spiegazione scientifica, a restare quindi un mistero che la scienza stessa definisce prodigioso. Affidandosi all’intercessione del loro patrono, i napoletani sono stati salvati dalla fame, dalla peste, dalla lava del Vesuvio e dai terremoti. San Gennaro è protettore degli orafi e dei donatori di sangue ed è patrono anche di Benevento, Sassari e Torre del Greco.
Durante la persecuzione di Diocleziano, Gennaro, vescovo di Benevento, si recò a Pozzuoli per far visita ai fedeli. Saputo di questo viaggio, Sessio, diacono dell’odierna Miseno, gli andò incontro. Quest’ultimo venne, però, fermato lungo la strada e arrestato per ordine di Dragonzio, giudice anticristiano. Saputo dell’accaduto, Gennaro andò a trovare l’amico finito in carcere a causa sua. Dragonzio approfittò dell’occasione per arrestare anche lui. La sentenza fu di adorazione forzata degli idoli agli altari pagani. Naturalmente Gennaro rifiutò. Al rifiuto, Dragonzio sentenziò che fossero divorati dalle belve nell’anfiteatro. La comunità cristiana si ribellò, ma ottenne solo la conversione della pena: la decapitazione.
A sentenza eseguita, alcuni cristiani s’incaricarono di seppellire i martiri e di conservare un po’ del loro sangue, rito usuale all’epoca dei fatti. Il sangue di Gennaro fu tenuto in custodia dalla sua nutrice in due ampolle, mentre il corpo fu sistemato prima a Fuorigrotta e poi in quelle che oggi sono le Catacombe di San Gennaro a Capodimonte. Un secolo dopo, nel 431, in occasione della traslazione delle reliquie del Santo da Pozzuoli a Napoli, un’altra donna presentò le due ampolle, affermando che contenevano il sangue coagulato del martire.
Come per provare la sincerità della donna, il sangue si liquefece all’improvviso sotto gli occhi del vescovo e della folla riunita ad assistere alla cerimonia di traslazione. Il miracolo, da allora, si ripete ogni anno in una delle date legate al santo: la vigilia della prima domenica di maggio, data della traslazione, il 16 dicembre (anniversario dell’eruzione vesuviana del 1631 durante la quale i napoletani invocarono il santo a protezione) e il 19 settembre, per ricordare il martirio. Il fenomeno si ripete anche nella pietra porosa, impregnata del suo sangue, nel monastero di Pozzuoli, soprattutto a ridosso dell’anniversario del martirio.






